Il paziente, tra il corpo e la storia dietro la storia

Il corpo sotto stress: dalla tensione emotiva al dolore
March 17, 2026

Dopo oltre 18 anni di pratica Yumeiho, per me è diventata chiara una cosa semplice: non esiste un “paziente standard”. Esistono persone. Con storie diverse, modi diversi di comprendere il dolore e aspettative a volte molto diverse rispetto a ciò che significa la terapia.

Secondo il dizionario, il paziente è una persona malata che segue un trattamento medico. Allo stesso tempo, nel linguaggio attuale del settore sanitario, il paziente è considerato qualsiasi persona che utilizza servizi di cura, sia che sia malata oppure no.

La realtà è che, nello studio, non entrano solo persone malate. Entrano persone che cercano soluzioni, equilibrio, prevenzione o semplicemente risposte.

Per questo, i termini paziente, beneficiario o cliente possono essere tutti adeguati, a seconda della situazione. Il paziente arriva con un problema chiaro, il beneficiario può arrivare anche senza dolore, per mantenimento o prevenzione, mentre il cliente sottolinea la relazione professionale e la scelta consapevole di usufruire di un servizio.

Nello Yumeiho, non lavoriamo solo su una condizione, ma sulla persona nel suo insieme.

La maggior parte delle persone arriva in studio a causa del dolore, che sia nella zona lombare, cervicale, alle spalle o alle ginocchia, oppure per uno stato generale di tensione e rigidità. Molti descrivono la sensazione di un “corpo appesantito”, stanco o squilibrato.

Altri arrivano per il recupero, dopo incidenti o lunghi periodi di sedentarietà.

Ci sono anche quelli che arrivano in modo preventivo, per mantenimento, oppure per curiosità, su consiglio di altri.

Non sono pochi nemmeno quelli che arrivano con l’aspettativa di una soluzione rapida, influenzati dall’idea che il problema debba scomparire velocemente.

Con il tempo emergono dei modelli. Non sono etichette, ma aiutano a comprendere.

C’è il paziente che vuole davvero stare meglio e capisce che il recupero è un processo.

C’è il paziente informato, che può essere di aiuto oppure, se l’informazione è errata, può creare confusione, e c’è anche il paziente che lavora nel settore sanitario, generalmente più attento ai dettagli e più incline ai confronti.

C’è anche il paziente che ti mette alla prova, soprattutto se ha avuto esperienze negative in passato.

Ci sono pazienti che non dicono tutto o che dimenticano. Non necessariamente per cattiva intenzione, ma perché non sanno cosa è importante o non collegano i sintomi. Per questo, il modo in cui viene condotta la discussione iniziale è molto importante.

C’è anche il paziente che passa da un terapeuta all’altro, per insoddisfazione, mancanza di pazienza o curiosità. Questo tipo di paziente arriva già con aspettative e confronti.

Un tipo frequente è il paziente che cerca una guarigione immediata. Chiede fin dall’inizio quante sedute sono necessarie e perde fiducia se i risultati non arrivano rapidamente.

All’estremo opposto c’è il paziente passivo, che partecipa alle sedute ma non si coinvolge affatto al di fuori dello studio e si aspetta che tutto venga risolto dal terapeuta.

C’è anche il paziente ansioso, attento a ogni sensazione, e il paziente fedele, che torna con costanza e comprende il processo.

Una categoria a parte è il paziente che “sa già tutto”. Arriva con idee già formate, dice cosa ha e cosa deve essergli fatto, richiede tecniche specifiche e riduce la terapia a una semplice esecuzione. In realtà, senza una valutazione corretta, le cose possono andare nella direzione sbagliata. In queste situazioni, il ruolo del terapeuta non è eseguire su richiesta, ma valutare, filtrare e guidare.

C’è il paziente che ha fiducia nel terapeuta e nel processo. Questa fiducia è importante, ma deve essere accompagnata dal coinvolgimento.

Al contrario, c’è anche il paziente che non crede, né nella terapia né nel terapeuta. Nella maggior parte dei casi, questa mancanza di fiducia deriva da esperienze precedenti non riuscite.

C’è poi il paziente “portato”, che non viene di propria iniziativa, ma spinto dalla famiglia o dalle circostanze. All’inizio è restio, ma a volte si coinvolge nel tempo.

E c’è un tipo meno frequente: il paziente che dice di voler stare meglio, ma in realtà non si coinvolge affatto. Non segue le indicazioni, non cambia nulla e torna con gli stessi problemi.

In alcune situazioni, il mantenimento dello stato di “paziente” può portare benefici secondari, come l’attenzione o la cura da parte degli altri, che possono inconsciamente mantenere questo schema. Non è qualcosa di dichiarato, ma è un modello che si manifesta. Qui la vera sfida non è più applicare la tecnica giusta, ma comprendere il comportamento.

Dopo anni di pratica, diventa chiaro che non tutti coloro che entrano nello studio cercano la stessa cosa. Alcuni cercano soluzioni reali. Altri cercano conferme. Altri cercano esperienze. E altri ancora, senza rendersene conto, cercano attenzione.

Il paziente non è solo un dolore e non è solo una diagnosi. È una persona, in un determinato momento della sua vita, con i propri limiti, paure e aspettative.

Nello Yumeiho, la differenza non la fa solo la tecnica, ma la capacità di comprendere con chi si sta lavorando.

Perché, oltre al corpo, c’è sempre una storia. E molto spesso, c’è anche una storia dietro quella storia. Ed è lì che inizia davvero la terapia.