Esiste davvero il miglior terapeuta?

“Puoi premere più forte!” Ma è davvero necessario?
September 9, 2026

Qualche tempo fa, un beneficiario che stava già seguendo sedute di terapia manuale con un altro terapeuta è arrivato anche nel mio studio. Gli ho chiesto, con naturalezza, cosa lo avesse spinto a venire da me.

La risposta è arrivata senza esitazione:
– Perché lei ha un grado più alto nello Yumeiho.

Lo ammetto, la risposta non mi ha lusingato. Al contrario, mi ha fatto riflettere.
Gli ho chiesto se fosse insoddisfatto del terapeuta da cui si recava fino a quel momento. Mi ha risposto di no. Da ciò che mi raccontava, era soddisfatto delle sedute e aveva fiducia in quella persona. Il cambiamento non aveva nulla a che vedere con i risultati, ma con l’idea che un grado professionale più alto significhi automaticamente essere un terapeuta migliore.

Non ho cercato di dirgli che si sbagliava, né di paragonarmi al mio collega. Del resto, non avrei potuto farlo. Non conoscevo il suo lavoro né i suoi risultati. Sapevo però una cosa che l’esperienza mi ha confermato molte volte: un grado professionale dice qualcosa sulla preparazione di un terapeuta, ma non dice tutto sulla sua competenza, sul suo carattere e sul suo coinvolgimento.

Quell’episodio mi è rimasto impresso. E mi sono reso conto che, probabilmente, quasi tutti noi ci siamo posti almeno una volta la stessa domanda: esiste davvero il terapeuta migliore?

È una domanda naturale. Quando si parla di salute, ognuno di noi desidera affidarsi alla persona più preparata. Se esistesse una formula semplice per individuarla, la scelta sarebbe facile. Basterebbe guardare i diplomi, l’esperienza, le raccomandazioni o la notorietà e avremmo la risposta. Ma la realtà è più sfumata.

Nel corso degli anni ho conosciuto terapeuti con moltissima esperienza che continuavano a imparare con la stessa umiltà degli inizi. Ho incontrato però anche persone che, dopo pochi anni di pratica, erano convinte di non avere più nulla da scoprire. La differenza non stava nel numero degli anni, ma nel modo in cui li avevano utilizzati.

Si dice, a volte, che alcune persone abbiano vent’anni di esperienza, mentre altre abbiano un solo anno di esperienza ripetuto venti volte. È una formula semplice, ma descrive molto bene la differenza tra routine e crescita.

Allo stesso tempo, neppure l’esperienza risolve tutto. Il corpo umano non funziona secondo ricette prestabilite. Due persone con la stessa diagnosi possono avere cause diverse, reazioni diverse ed evoluzioni diverse. A volte rispondono in modo sorprendente alla stessa terapia, altre volte no. Entrano in gioco molti fattori: lo stato generale di salute, le patologie associate, lo stile di vita, il livello di stress, ma anche la disponibilità della persona a partecipare attivamente al proprio recupero.

C’è poi un altro aspetto che non possiamo misurare né con i diplomi né con gli anni di attività: il rapporto tra terapeuta e beneficiario. La fiducia, la comunicazione e il modo in cui i due riescono a collaborare influenzano il risultato più di quanto immaginiamo. Proprio per questo un terapeuta può ottenere risultati eccellenti con una persona e meno buoni con un’altra, senza che ciò definisca il suo valore professionale.

In oltre diciotto anni di pratica dello Yumeiho, ho imparato che questa professione offre pochissime certezze assolute. Ogni volta che ho avuto l’impressione di aver trovato una regola valida per tutti, è arrivato un beneficiario a dimostrarmi che l’organismo umano è più complesso di qualsiasi teoria.

L’anatomia, la biomeccanica e le tecniche terapeutiche si possono imparare. Si possono studiare e perfezionare per anni. Esiste però qualcosa che non compare su nessun diploma: l’interesse sincero per la persona che hai davanti. Questo non può essere insegnato in un’aula né valutato con un esame.

Le persone percepiscono, il più delle volte, se per te sono soltanto un altro appuntamento o se stai davvero cercando di comprenderle e aiutarle. Alcuni chiamano questo atteggiamento vocazione. Altri lo definiscono dono, empatia o semplicemente rispetto per la professione. Il nome conta poco. Ciò che conta è che spinga il terapeuta a rimanere curioso, a porsi domande e a continuare a imparare.

Negli ultimi anni è diventato sempre più facile confondere la visibilità con il valore professionale. Viviamo in un’epoca in cui l’immagine è ovunque. Esistono terapeuti molto bravi quasi assenti dal mondo online, ed esistono terapeuti che comunicano in modo eccellente e offrono servizi di qualità. Esistono però anche situazioni in cui la promozione finisce per occupare più tempo dell’attività con i beneficiari. Il marketing può portare un beneficiario nello studio, ma è ciò che trova lì che può convincerlo a tornare.

Lo stesso vale per le raccomandazioni. Sono importanti e meritano di essere prese in considerazione, ma non rappresentano mai una garanzia. Lo stesso terapeuta può essere straordinario per una persona e meno adatto per un’altra. Non perché uno abbia ragione e l’altro torto, ma perché ogni persona è diversa.

Forse è proprio qui che si trova la risposta. La domanda non è chi sia il terapeuta migliore.
La domanda è quale sia il terapeuta giusto per ogni persona, in quel determinato momento.

Credo che questa sia una domanda molto più onesta e molto più vicina alla realtà. E se siamo terapeuti, forse alla fine di ogni giornata vale la pena chiederci qualcos’altro:
“Ho fatto oggi tutto ciò che potevo per la persona che avevo davanti?”
Se la risposta è “sì”, allora probabilmente siamo sulla strada giusta.

Perché, in definitiva, il valore di un terapeuta non dipende da quante volte viene definito “il migliore”, ma dalle persone che ha aiutato con professionalità, rispetto e correttezza.